Daniele Barillà, 7 anni e mezzo in carcere per una Tipo rossa

La sua unica colpa è stata di avere una Tipo rossa. La stessa auto di un trafficante di cocaina che i carabinieri stavano pedinando. Per quella Tipo rossa, Daniele Barillà è stato condannato ingiustamente a 15 anni e ha passato sette anni e mezzo dietro le sbarre. Ma per quegli anni di galera la Corte d’appello di Genova ha deciso un risarcimento record. Quattro milioni di euro, quasi otto miliardi delle vecchie lire. Una sentenza innovativa, che calcola in modo accurato il danno biologico ed esistenziale e i mancati guadagni.

 

LA VICENDA – All’inizio del 1992, Daniele Barillà aveva 30 anni ed era un imprenditore di successo. Originario della Calabria, a Nova Milanese aveva messo su una ditta che assemblava cavi elettrici per scooter, arrivando ad avere 15 dipendenti. La mattina dell’11 febbraio, Barillà era alla guida della sua Tipo rossa sulla tangenziale per Nova. Su quella stessa strada, due auto di trafficanti stavano trasportando un carico di 50 chili di cocaina. La droga era su di una Uno, mentre una Tipo rossa era di scorta. I trafficanti erano seguiti a distanza dalle auto civetta dei carabinieri del Ros di Genova e di Milano. Era una grossa operazione antidroga, guidata da due investigatori che in seguito sarebbero diventati famosi per opposte ragioni. Il capitano Ultimo, che l’anno dopo avrebbe arrestato Totò Riina, e il maggiore (poi colonnello) Michele Riccio. Quest’ultimo era un ex collaboratore di Dalla Chiesa nell’antiterrorismo, passato all’antidroga. Nel ’97, sarebbe stato arrestato con l’accusa di pagare i confidenti con la cocaina. Durante il pedinamento, la Tipo rossa di scorta sparisce e quella di Barillà si accoda alla Uno. I carabinieri la scambiano per quella dei trafficanti e bloccano l’imprenditore. Per lui, è l’inizio di un incubo. Barillà viene malmenato brutalmente (arriverà in carcere gravemente ferito), poi accusato di traffico di cocaina. “Terribili ombre sull’operato dei carabinieri del nucleo genovese – scriverà otto anni dopo il giudice della revisione – e un sentore di disordine e confusionarietà in quello del nucleo milanese”.

 

LA CONDANNA – Barillà viene condannato a Livorno a 18 anni. La Corte d’appello di Firenze riduce la pena a 15 anni e nel ’96 la Cassazione conferma la condanna. L’imprenditore perde l’azienda e viene lasciato dalla fidanzata. Suo padre muore mentre lui è in carcere, sua madre si ammala di depressione. Il detenuto chiede la revisione del processo, ma senza risultato. La svolta arriva nel ’97, quando il colonnello Riccio viene arrestato. La Procura antimafia di Genova passa ai raggi x tutte le sue indagini e si imbatte in Barillà. Cinque pentiti spiegano ai magistrati che lui non c’entra con la cocaina. Una seconda istanza di revisione, presentata dal suo avvocato Maurizio Barabino, viene accettata. Nel luglio 2000 l’imprenditore viene assolto. Senza più la sua attività, Barillà è costretto a tirare avanti con lavoretti di informatica imparati dietro le sbarre. Due anni fa presenta una richiesta di risarcimento di 12 miliardi di vecchie lire.

 

LA SENTENZA – La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Genova, presieduta dall’ex sindaco Adriano Sansa, ha condannato ieri il ministero dell’Economia a corrispondere quattro milioni di euro a Barillà, a titolo di rimborso per l’ingiusta detenzione. “E’ la prima volta in Italia – commenta l’avvocato Ferrando – che una corte ha tentato di quantificare voce per voce ogni singolo aspetto del danno patito. Il valore dell’azienda persa; i redditi non percepiti fino all’età pensionabile (poiché la capacità lavorativa è scemata); il danno biologico (la lesione all’integrità fisica); il danno esistenziale (il peggioramento dell’esistenza). In genere in questi casi si ricorre soltanto a parametri empirici: il danno biologico e il lucro cessante”. Barillà dal canto suo dice che con questi soldi intende lasciare l’Italia e farsi una nuova vita altrove. «La mia vita è distrutta, un danno come quello che ho patito non è risarcibile col denaro. Comunque sono soddisfatto di questa decisione. Mi rammarico solo che, nonostante le sentenze di assoluzione, nessuno mi abbia ancora chiesto scusa».

 

(fonte: Stefano Secondino, Corriere della sera, 8 febbraio 2003)

 

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