Scagionato dai pentiti, dopo 430 giorni in carcere innocente

Vincenzo La Corte

Vincenzo La Corte

Le dichiarazioni dei pentiti sono una delle cause principali di errori giudiziari e ingiusta detenzione in Italia. Discorso analogo per le intercettazioni telefoniche e ambientali, troppo spesso responsabili di cattive interpretazioni che portano innocenti in carcere. Stavolta, però, le parole di un collaboratore di giustizia colte in un’intercettazione hanno avuto l’effetto opposto: scagionare un uomo che si trovava in cella senza colpa. È quello che è accaduto a Vincenzo La Corte, originario di Monreale (Palermo): tornato libero dopo aver trascorso 430 giorni nel carcere Pagliarelli del capoluogo siciliano.

 

La Corte era finito in carcere il 15 ottobre 2013, nell’ambito di un’operazione denominata “Nuovo Mandamento” che aveva smantellato la mafia di Monreale e dintorni. Da allora, fino al giorno della sua assoluzione (il 19 dicembre 2014), l’uomo era restato in cella da innocente.

 

A incastrare Vincenzo La Corte, un’intercettazione ambientale dei carabinieri avvenuta tra due presunti affiliati alla mafia, Giuseppe Lombardo e Francesco Vassallo. Nel dialogo tra i due, La Corte veniva indicato come capo decina di Pioppo.

Ma il Giudice dell’udienza preliminare ha escluso che le indicazioni fornite da Vassallo si riferissero con certezza a La Corte.

In altri casi La Corte fu intercettato mentre parlava con il cugino Giuseppe Libranti Lucido, anch’egli arrestato per associazione mafiosa. I due stavano progettando la realizzazione di alcuni lavori di movimento terra. La Corte veniva accusato quindi di essere il braccio operativo del parente.

 

Sono state le dichiarazione del pentito Giuseppe Micalizzi a scagionare La Corte dopo averlo riconosciuto in foto durante l’udienza del 9 maggio 2014. Micalizzi sostenne che Libranti gli aveva confidato la propria intenzione di bruciare un capannone del cugino Vincenzo La Corte proprio perché “non lo vedeva affatto bene”.

 

Di fronte a queste dichiarazioni di Micalizzi, nonostante il riesame avesse confermato la misura cautelare in carcere e sebbene Vincenzo La Corte si fosse avvalso della facoltà di non rispondere, lo stesso La Corte venne scagionato dalle accuse e scarcerato.

 

L’11 maggio 2015, l’epilogo. I legali di La Corte, gli avvocati Nino Caleca e Roberto Mangano, sono riusciti a fargli ottenere un risarcimento di 115 mila euro per ingiusta detenzione dalla quinta sezione della Corte d’Appello di Palermo.

 

(fonti: Filodiretto Monreale, Monreale News, 12 maggio 2017)

 

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