Agli arresti per 86 giorni. Ma la droga non era per lui

maurizio ribotti traffico di sostanze stupefacentiGli hanno fatto un bel «pacco», non c’è che dire: 86 giorni di arresti (3 in carcere e il resto ai domiciliari) solo per essere stato chiamato dalla portineria della sua azienda a ritirare appunto un pacco a Malpensa proveniente dal Perù, inviato al suo nome come destinatario e contenente però – come constatano i due poliziotti finti-fattorini in agguato quando l’arrestano appena firma la bolla di consegna – 366 grammi di purissima cocaina.

 

Peccato che lo «stupefatto» (parola del verbale dei poliziotti) manager di «Zona Tortona Design», Maurizio Ribotti, patron di uno degli eventi internazionali della «Settimana del Mobile» di Milano, con quella droga c’entrasse niente. Lo dice e lo ridice subito ai magistrati di Busto Arsizio, ma è ovvio che all’inizio nessuno gli creda. Poi però, dopo l’arresto il 23 novembre 2010, i suoi difensori Cesare Corti Galeazzi e Antonio Rodontini fanno rimarcare che Ribotti, che pure viaggia molto per il mondo, non è mai stato in Sudamerica; e valorizzano che dai suoi tabulati telefonici emerga che mai aveva chiamato o ricevuto chiamate in Sudamerica. E al processo, che nella sezione distaccata di Gallarate si definisce in due udienze il 25 maggio scorso e con lo stesso pm che chiede l’assoluzione, proprio il collegamento costituito dall’invio del pacco presso la sede della sua azienda finisce per diventare «a ben guardare elemento di per sé estremamente equivoco, per non dire neutro», come scrive ora la giudice Maria Grazia Zoncu depositando la motivazione della romanzesca assoluzione con formula piena dell’imputato «per non aver commesso» il traffico di droga inizialmente addebitatogli.

 

L’indirizzo a cui lo sconosciuto mittente peruviano aveva inviato il pacco, infatti, non solo non era la casa o un altro luogo dove solo Ribotti potesse avere accesso, ma era il suo luogo di lavoro dove il sistema di ricezione e smistamento della corrispondenza aziendale ai dipendenti veniva centralizzato in una reception aperta al pubblico, dalla quale chiunque fosse «a conoscenza di tale prassi è ipotizzabile potesse inviare un pacco, sicuro che in un momento propizio avrebbe potuto entrarne in possesso senza correre alcun rischio di venire identificato».
Nel caso di quel pacco con la cocaina, una teste riferisce peraltro che uno dei portieri, l’unico dipendente sudamericano in azienda, si era subito offerto di prendere in consegna il pacco destinato in teoria a Ribotti (peraltro spesso assente perché è in giro per il mondo), ma i due finti fattorini-poliziotti (mandati dalla Procura di Busto a seguire il pacco segnalato a Malpensa dalle Dogane tedesche) avevano insistito perché chiamasse il destinatario indicato sulla bolla. Così, paradossalmente, proprio «la tempestiva consegna a Ribotti ha bruciato per sempre la possibilità di individuare chi veramente» dentro l’azienda «fosse il destinatario dello stupefacente».

 

«Non abbiamo mai smesso di credere e sperare che andasse nel miglior modo possibile, e così è stato», commenta ora Ribotti. «Sicuramente sono stati due anni complicati da tutti i punti di vista, e ora voglio solo pensare al futuro, guardare avanti, darmi da fare per ricostruire la mia vita professionale e tornare a lavorare con entusiasmo e ottimismo».

 

(fonte: Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 23 novembre 2012)

 

 

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