Quell’agente della Stradale non era corrotto

La Cassazione assolve. Ma sebbene stabilisca la vittoria di chi da sempre si proclamava innocente, un verdetto non pareggia i conti con il senso della vita perso per strada. Soprattutto se, nel frattempo, si finisce ingiustamente in galera.

La storia di Terenzio Muè, 52 anni, ex agente della Polizia Stradale di Brescia, inizia nel giugno 2002, quando finisce in manette insieme a due colleghi con accuse pesantissime: concussione e, a vario titolo, truffa, favoreggiamento, peculato, ricettazione e riciclaggio.

Trasferito poco prima dell’arresto alla Questura di Bergamo per «incompatibilità», Muè sceglie il rito ordinario che gli costa, nel 2005, una condanna in primo grado a 4 anni di carcere, ridotti a 1 anno e 10 mesi in Appello, due anni dopo.

 

Ci sono voluti 8 anni per mettere la parola fine all’iter giudiziario: il 5 novembre scorso i giudici del “Palazzaccio” assolvono Muè con formula piena. Tre settimane fa sono state depositate le motivazioni: 4 pagine, in cui la Corte osserva che «la sentenza impugnata non applica correttamente la regola di valutazione della prova indiziaria e finisce con l’affidare la conclusione ad argomenti meramente congetturali e a inferenze non ancorate a consolidate massime d’esperienza». Congetture che, per i reati di rivelazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento personale e corruzione, si baserebbero su un «quadro indiziario insufficiente. La sentenza, pertanto – sancisce la Cassazione – deve essere annullata senza rinvio, perché i fatti non sussistono». E Muè questo lo sapeva già.

Quello che non ha ben chiaro, adesso, è cosa aspettarsi dalla vita. Certo è che qualcosa, in cambio, dallo Stato lo pretende: «Chiederò il risarcimento per ingiusta detenzione», annuncia. Ma alla domanda se sia soddisfatto di come questa vicenda si sia chiusa, la risposta non è un grido di gioia: «Dopo che hai fatto la galera non sei più sereno. Perdoni, ma non dimentichi, e hai paura di sbagliare qualsiasi cosa fai, anche la più banale».

 

A muovere l’indagine, e non poco scalpore in città, era stata la testimonianza di alcuni camionisti che avrebbero messo mano al portafogli in cambio di controlli stradali «tolleranti» sui mezzi che trasportavano materiali inerti o altre merci tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002. Scheletro dell’inchiesta, una serie di intercettazioni ambientali sulle auto di servizio e sulla vettura privata di uno dei tre agenti. Ma la versione di Muè aggiunge tasselli. «Partì tutto da una lettera anonima in cui venivo indicato come perno del gruppo criminale, essendo il più alto in grado, ma, in quel periodo, ero pure in malattia».

 

In cella Muè non ha passato poco tempo: «Dieci giorni di isolamento a Verziano e 3 mesi di carcere militare a Santa Maria Capua Vetere, le prime 48 ore in isolamento sanitario, più 2 anni e mezzo ai domiciliari, 6 mesi con obbligo di dimora e altrettanti con obbligo di firma. Manco fossi un terrorista», commenta con la voce rotta. Riformato nel 2007, nella giustizia, dice, crede ancora: «Ma con i piedi di piombo – precisa -. Sento il mondo crollarmi addosso, questa è la verità, La mia forza in questi anni? L’integrità morale: sapevo che ero innocente, per questo ho sempre rifiutato riti alternativi, nonostante, in prigione abbia assistito al suicidio di un collega, alle risse, agli scioperi della fame».

Nel frattempo si è separato dalla moglie, ha dovuto pagare un mutuo e riconquistarsi la fiducia dei tre figli. «Da qui in poi? Sono demotivato. Spero di ritrovare la voglia, e la forza, di prendere di petto la vita».

 

(fonte: Mara Rodella, Bresciaoggi.it, 30marzo 2010)

 

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