Preso per spacciatore perché parla di ringhiere al telefono. Ma è un fabbro

Enrico Busoli

Enrico Busoli

Di che cosa può parlare un fabbro al telefono? Di cancelli, ringhiere, lavori vari. Come possono sostantivi di questo tipo essere scambiati per linguaggio in codice e riferirsi a droga, sarebbe interessante capirlo. Sì, perché Enrico Busoli, 47 anni, originario di Lagosanto (Ferrara) e fabbro di professione da tre generazioni, proprio perché al telefono parlava di cancelli, ringhiere e lavori è finito in carcere con l’accusa di spaccio di stupefacenti. E perché tutto venisse chiarito, ha dovuto aspettare la conclusione della sua odissea giudiziaria: 4 anni dopo.

 

Enrico Busoli viene arrestato dai carabinieri la mattina del 10 maggio 2013, insieme con altre dieci persone.

 

“Mi hanno mostrato un faldone con una serie di nomi. Io mi chiedevo cosa volessero da me. Devo dire che sono stati gentili. Facevano il loro dovere. Ma è stato uno choc. Mia figlia, 13 anni, piangeva nel suo letto».

 

 

Gli inquirenti gli contestano di aver parlato al telefono con quello che viene ritenuto capo di una banda specializzata in furti, rapine e spaccio di droga, appena sgominata con l’operazione “Molino”. E dalle intercettazioni risulterebbe infatti che Busoli usa un linguaggio in codice per non parlare esplicitamente di partite di droga: si riferisce appunto a “cancelli”, “ringhiere”, “lavori”.

 

È un clamoroso equivoco, a cui si aggiunge un’altra circostanza che dovrebbe chiarire ogni dubbio: l’interlocutore al telefono, boss della banda, era stato prima un dipendente, poi un collega di Busoli quando la ditta era stata data in affitto a un’altra società. Non serve a nulla: il fabbro, difeso dagli avvocati Alberto Bova e Marcello Vescovi, finisce comunque in carcere. Ci resterà 23 giorni.

 

“È terribile trovarsi dietro alle sbarre senza capirne il motivo. Una situazione assurda. Mi sono aggrappato alla fede. Ho preso in mano un rosario e ho pregato. Era la mia unica ancora di speranza. Quando sono uscito, sono diventato catechista”.

 

Ma una volta fuori, vedrà la sua vita precipitare: la ditta fallisce, le persone lo evitano, il dubbio di avere a che fare con un criminale prevale.

 

“Ho pagato le conseguenze del marchio da delinquente che avevo addosso. La foto sui giornali, associato a rapine e spaccio, in un paese piccolo è devastante. I clienti che mi conoscevano di persona sono restati, ma gli altri… Chi dà lavoro a un criminale? Non mi è rimasto che cercare un altor impiego nel mio settore. Sempre però a testa alta: mi sentivo a posto con la coscienza”.

 

Il 17 luglio 2017, finalmente la verità: chiarito l’equivoco, la pubblica accusa stessa chiede l’assoluzione. E il giudice Sandra Lepore lo assolve “perché il fatto non sussiste”.

 

“In aula tremavo. E tremo ancora. Questi quattro anni mi sono costati soldi e sacrifici. Ora mi sento sollevato da un grande peso. Come ho festeggiato? Venendo a lavorare, come faccio ogni giorno. Sono stati anni durissimi, senza quelli che mi sono stati vicini – mia moglie, mia figlia e mia madre – non ce l’avrei fatta. Per la mamma è stato un colpo tremendo venirmi a trovare in carcere. Mi sono sempre scusato con lei”.

Enrico Busoli ha ancora fiducia nella giustizia: “Anche se un po’ l’avevo persa. Poi, quando finalmente sono riuscito a parlare in aula, l’ho riacquistata. E, per fortuna, sono stato ascoltato”.

 

(fonti: Il Resto del Carlino, Estense.com, 18 luglio 2017)

 

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