Pasquale Capriati, innocente dopo 23 anni e 6 processi

Pasquale Capriati

Pasquale Capriati

E’ stato assolto dopo 23 anni dall’arresto e ora chiede che gli venga riconosciuto un risarcimento per sei mesi di ingiusta detenzione subiti pari a 516 mila euro. Il pregiudicato barese Pasquale Capriati, 54 anni, parente del boss di “Bari Vecchia” Antonio, fu arrestato il 25 novembre 1990 per tentata rapina, tentato omicidio, porto e detenzione di armi per fatti risalenti a 10 giorni prima. Si terrà il 18 marzo 2015 (a quasi 25 anni di distanza dai fatti) dinanzi la Corte di Appello di Messina l’udienza per decidere sull’istanza di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Pasquale Capriati, 55 anni, (attraverso il suo avvocato Massimo Roberto Chiusolo) nei confronti dello Stato italiano. Capriati, che oggi è attore e autore di canzoni neomelodiche con il nome d’arte di Lino Prati, chiede che gli venga riconosciuta la somma di 516 mila euro per quanto accadutogli.

 

LA STORIA - Erano le due di notte del 15 novembre del 1990 quando, sulla autostrada Salerno – Reggio Calabria, in prossimità dello svincolo di Palmi, tre malviventi a bordo di una autovettura tipo Alfa 90 targata CR, dopo avere affiancato un tir proveniente dalla Sicilia, tentarono di rapinare il conducente del mezzo pesante inducendolo a fermarsi sotto la minaccia di un’arma da fuoco, Il camionista, però, per nulla intimorito non aderì alla richiesta dei tre rapinatori e ne nacque un lungo e spericolato inseguimento sulla autostrada protrattosi per numerosi chilometri, inseguimento nel corso del quale l’auto dei banditi fu tamponata per ben tre volte dall’autoarticolato. I malviventi esplosero numerosi colpi di pistola verso la cabina di guida del camion, due dei quali colpirono il parabrezza del mezzo infrangendolo: solo miracolosamente il conducente del mezzo pesante, non fu colpito mortalmente e riuscì a sottrarsi all’agguato.

Nella immediatezza dei fatti nessuno dei rapinatori fu individuato ed arrestato ma, dieci giorni dopo la polizia individuò nei pressi di un bar di Villa San Giovanni una autovettura tipo Alfa 90 targata CR con le stesse caratteristiche di quella protagonista della tentata rapina. A bordo di quell’auto che peraltro presentava dei danni compatibili con quelli che avrebbero potuto determinare le manovre di tamponamento ad opera del tir vi era il pluripregiudicato barese Pasquale Capriati, all’epoca 30enne che alla richiesta di fornire spiegazioni sui suoi movimenti circa il giorno in cui avvennero i fatti, in un primo momento ammise, dinanzi la polizia giudiziaria, di essersi trovato a bordo della propria auto la notte della rapina, nei pressi dello svincolo di Palmi mentre, successivamente, dinanzi al gip e al pm ritrattò tutto, dichiarando che tali dichiarazioni confessorie gli fossero state estorte dai poliziotti.

 

I PROVVEDIMENTI - Il gip del Tribunale di Reggio Calabria, all’epoca, dispose l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti del Capriati, dichiarandosi incompetente per territorio in favore del gip del Tribunale di Palmi, essendosi verificati in tale luogo i reati, trasmettendo a quest’ultimo gli atti processuali. Ne nacque una querelle dal momento che il gip del Tribunale di Palmi, in un primo momento, si dichiarò incompetente ritrasmettendo gli atti a Reggio Calabria salvo poi riemettere la misura cautelare in carcere nei confronti del Capriati a seguito della nuova trasmissione degli atti da parte dell’autorità giudiziaria reggina.

Intanto Capriati il 2 maggio 1991 fu scarcerato in quanto la Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, in accoglimento del ricorso del difensore dell’indagato, annullò senza rinvio l’ordinanza custodiale. Concluse le indagini e richiesto dal pm di Palmi il rinvio a giudizio, nel lontano 1994 iniziò il processo dinanzi il Tribunale di Palmi a carico del Capriati che, con sentenza del 28/6/1996 fu ritenuto responsabile di tutti i reati ascrittigli e condannato alla pena di anni otto di reclusione. Tale sentenza fu impugnata dal difensore dell’imputato Massimo Chiusolo che, in primo luogo, eccepì la nullità dell’intero giudizio, eccezione che fu accolta integralmente dalla Corte di Appello di Reggio Calabria che il 23/6/1998 annullò la sentenza del Tribunale di Palmi disponendo un nuovo processo a carico del Capriati.

Tale processo, dopo una serie interminabile di rinvii e rinnovazione degli atti, fu definito nelle forme del rito abbreviato, con sentenza del 23/10/2002 del Tribunale di Palmi, che procedette pure all’escussione la persona offesa (il camionista palermitano) nonché di due testimoni citati dal Capriati per fornire la prova di alibi. Anche questa volta il Capriati fu riconosciuto colpevole e condannato alla pena di anni sei di reclusione. Tale sentenza fu integralmente confermata nel marzo del 2007 dalla Corte di Appello di Reggio Calabria. Fu fatto ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento e la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, accogliendo integralmente l’impugnazione del difensore del Capriati, annullò la sentenza della Corte reggina disponendo, questa volta, che il nuovo processo fosse celebrato dinanzi ai giudici della Corte di Appello di Messina. Al termine del nuovo processo Capriati, dopo un’odissea giudiziaria durata 21 anni, fu assolto per non avere commesso il fatto.

 

(fonte: Corriere del Mezzogiorno, 15 novembre 2014)

 

 

Commenta