Lodigiani, sessantatre inchieste, zero condanne.

Sessantatre inchieste, zero condanne. È un primato. Ma è uno di quei record di cui non si può essere orgogliosi. L’ingegner Vincenzo Lodigiani era l’erede di una delle maggiori imprese di costruzioni italiane, una società edile nata a Piacenza e passata di padre in figlio. Un nome conosciuto in tutto il mondo per aver lavorato in 35 Paesi: ponti, dighe, strade, fabbricati industriali, il salvataggio del tempio egiziano di Abu Simbel. All’inizio degli anni ’90, alla vigilia di Mani pulite, la Lodigiani aveva centinaia di dipendenti e fatturava mille miliardi di lire all’anno. I colossi dell’edilizia tricolore erano due: loro e Cogefar. «Avevamo commesse garantite per altri tre anni», ricorda l’ingegnere, oggi ottantenne.

D’improvviso, il terremoto. Procure di tutta Italia aprirono fascicoli a carico dell’impresa. Tangenti, appalti truccati, corruzione, finanziamenti illeciti. Sessantatre fascicoli. Una pioggia di ordini d’arresto per Lodigiani, un cupo giro d’Italia da un penitenziario all’altro. In totale sei mesi agli arresti, tra carcere e domiciliari. Tredici anni di calvario giudiziario. E cento giorni dopo l’ultima assoluzione, la morte della moglie che non l’aveva mai abbandonato. Lodigiani non parla volentieri di quel periodo. Ha rotto il riserbo l’altro giorno con la «Cronaca» di Piacenza. Non nutre animosità: «Era inevitabile fossimo coinvolti, la Lodigiani aveva sede a Milano ed era la più importante impresa di costruzioni a conduzione familiare, preceduta per fatturato soltanto dalla Cogefar di casa Fiat».

Ma il prezzo pagato è stato altissimo. La pressione delle procure fu insostenibile. I lavori non venivano più pagati. Le banche chiedevano di ritorno i soldi prestati. L’impresa non poteva gareggiare per ottenere altre opere. Sotto un peso insopportabile, la famiglia piacentina prese una decisione coraggiosa: saldò le banche e i fornitori, aiutò i dipendenti a trovare un nuovo lavoro e uscì di scena. «Per pagare ogni debito la mia famiglia ha messo a disposizione tutti i propri mezzi personali – dice Lodigiani -. L’occupazione fu garantita con il confluire in Impregilo, società che non avendo lavori in Italia non era stata coinvolta in inchieste giudiziarie».

«Ciò di cui vado più fiero – confessa al Giornale – è che nessuno dei dipendenti abbia perso il lavoro, anzi tutte le maggiori aziende italiane del settore hanno con sé maestranze della Lodigiani. Sono sparsi in tutta Italia, e la cosa che mi fa più piacere è che con la grande maggioranza di loro il rapporto non si è interrotto. Ci vediamo, ci sentiamo. Anche per loro è stato un trauma: dopo tanti anni in una società, cambiare è uno shock. Nella nostra vicenda, di traumi ce ne sono stati tanti. Sussulti che magari non fanno la grande storia, ma lasciano ugualmente il segno».

L’onore dei Lodigiani doveva essere difeso anche nelle aule di giustizia, dove la montagna di accuse si è sgretolata come ghiaia. Archiviazioni (molte delle quali decretate dagli stessi pubblici ministeri), assoluzioni, rare prescrizioni; anzi, in numerosi casi è emerso che la società era in realtà parte lesa e da accusata si trasformò in parte civile. Si accanirono procure di tutta Italia, da Roma a Milano, da Reggio Calabria a Trento, da Sondrio a Cosenza, e ancora Caltanissetta, Grosseto, Messina, Isernia, Torino, Palermo, Firenze. Misero sotto inchiesta perfino lavori fatti in Somalia o Tanzania, grandi opere bandite all’estero, aggiudicate da commissioni estere, realizzate lontano dal nostro Paese. «Dov’erano i problemi di corruzione in Italia? Me lo domando ancora adesso».

Tredici anni di indagini si sono chiusi senza condanne né un euro dovuto come risarcimento. «L’azienda, la mia famiglia e io siamo usciti con le ossa rotte da questa vicenda e certamente l’avere superato questo periodo con la fedina penale pulita non è un’adeguata compensazione», confessa l’ingegnere. È ancora aperta la ferita di quando i suoi concittadini lo insultarono, in quei drammatici primi anni ’90, in piazza Cavalli, il cuore del capoluogo emiliano. Non c’erano ancora sentenze, soltanto indagini in corso, e non contava che la Lodigiani avesse dato lavoro a generazioni di piacentini: il coinvolgimento nelle inchieste era di per sé un indelebile marchio d’infamia.

E la magistratura? «Mi viene in mente il mio professore di filosofia del liceo classico. Diceva: non esiste la “cavallinità”, esistono i cavalli. La magistratura in sé non è né buona né cattiva. Esistono i magistrati. E io ne ho conosciuti tanti, molti si sono comportanti con me in maniera corretta, compreso Di Pietro. Cercavano di capire come sono andate davvero le cose. Ad alcuni invece non interessava capire, ma colpire».

(fonte: Stefano Filippi, Il Giornale , 20 aprile 2011)

il costruttore Vincenzo Lodigiani rivela

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