Girolimoni, il mostro di Roma

È la sera del 31 marzo 1924. A Monte Mario una donnetta, che forse non si è ancora accorta che l’Italia ha cambiato i suoi governanti, passando accanto a una siepe sente la voce di una bambina che piange. Scopre che là dietro sta morendo una creatura di quattro anni: la gonnellina lacerata, un fazzoletto sgargiante serrato intorno al collo, brutalizzata e violentata.
La bambina si chiamava Emma, era scomparsa mentre giocava nei giardinetti di piazza Cavour. All’ospedale riuscirono a salvarla. Qualcuno di Monte Mario aveva visto scappare un uomo sulla cinquantina, alto e magro.

Due mesi dopo, ed esattamente il 4 giugno, uno sconosciuto rapisce in via Paola una bimba di appena due anni, di nome Armanda. Per fortuna la bambina si mette a strillare così forte da costringere il maniaco alla fuga. La piccola Armanda si salva, ma come vedremo, due anni più tardi il mostro si farà di nuovo vivo e questa volta riuscirà nella sua turpe impresa. 

 

Ma torniamo al 4 giugno: quella sera stessa, verso le 22, scompare un’altra bambina in via del Gonfalone. Si chiama Bianca e anche lei ha quattro anni. Tutta la notte la cercano la polizia e la gente di Trastevere, ma invano: la troveranno cadavere alle 11 della mattina successiva, vicino a San Paolo fuori le Mura. Anche questa volta qualcuno dice di aver visto la bimba, tenuta per mano da un signore alto, elegante, sui cinquant’anni.

Quasi tutta la città va al funerale della piccola Bianca, forte la commozione, più forte la paura. È stata trovata completamente nuda, strangolata e violentata.
Roma contava poco più di un milione di abitanti, il terrore volava da una casa all’altra con la velocità di una lampadina che si accende. Mentre le bambine venivano chiuse in casa, i romani gridavano giustizia.
Fu quasi linciato un colonnello in pensione perché a piazza Vittorio s’era teneramente messo a giocare con una bambina.
Un vetturino, forse scapestratello, un po’ strano, insospettì con varie balordaggini i vetturini amici suoi, i quali, come tanti Maigret, si misero a pedinarlo e a organizzargli trappole per riuscire a prenderlo con le mani nel sacco. Erano convinti, i cari colleghi, che il poveretto fosse il mostro che tutti cercavano.
Tanto fecero e tanto lo torturarono che l’innocente fu preso dal terribile dubbio di essere effettivamente lui la belva umana. “Sarò stato io allora, senza accorgermene – si ripeteva – sono un mostro!”. E poiché quelli erano tempi in cui non esistevano verità diverse da quella di tutti, il vetturino si convinse di avere commesso quei disgustosi delitti. In un momento di sconforto, inorridito, si suicidò.
Tutte le mamme di Roma si precipitarono a vedere il cadavere del vetturino suicida e tirarono un bel sospiro di sollievo: quello era senz’altro l’uomo visto in compagnia della piccola Bianca.

 

Ma il 25 novembre 1924, dopo che i sorrisi erano tornati a brillare sulle dentature di tutti, Rosina, una bambinetta bionda di soli tre anni, fu rapita in piazza San Pietro, all’ombra del cupolone, mentre rincorreva la sorellina, a pochi passi dalla madre.
Il cadavere di Rosina venne rinvenuto la mattina dopo in una fornace di mattoni a Monte Mario. Lì accanto la polizia trovò un asciugamano, in un angolo del quale, in stile gotico, erano stampate le lettere «R. L.»A questo punto il panico fu totale e Mussolini in persona scese in campo chiedendo la testa dell’uccellaccio del malaugurio che stava dando tinte un po’ troppo fosche alla risorta Roma dei Cesari. Urlò, minacciò la polizia.Retate su retate, taglia su taglia: niente. Come risposta il maniaco infanticida, il 30 maggio 1925, stuprò e strangolò la piccola Elisa, di sei mesi. Il cadaverino fu trovato sul greto destro del Tevere, fra il ponte gianicolense e la fonte dell’acqua Lancisiana. Anche questa volta l’assassino aveva lasciato una traccia: un fazzoletto bianco con una bella «C» gotica ricamata nell’angolino e alcuni pezzi di una lettera scritta in inglese.
Alcuni cominciarono a pensare che si trattasse di uno straniero, di un maniaco ignorato dagli schedari della polizia italiana. Tre mesi dopo, visto che ormai nelle strade e nei giardinetti le bambine scarseggiavano, il criminale si fece più ardito: una bimba di 17 mesi, Celeste, fu presa dentro una casa, in via dei Corridori, nel rione Borgo. Il cadavere fu scoperto in un canneto sulla via Tuscolana. All’interno di una casa, il 2 febbraio 1926, venne rapita anche Elvira: per fortuna all’ospedale la salvarono.
Mussolini, a questo punto, visto che la polizia non cavava il ragno dal buco, piuttosto che mostrare l’impotenza dello Stato, decise di mettere la museruola ai giornali. Le brutture spariscono anche così, chiudendo gli occhi.

 

Ma il mostro non leggeva i giornali e di Mussolini si faceva un baffo. Un anno dopo tornò a fare visita ad Armanda, una vittima che gli era sfuggita tempo prima, a via Paola. La portò via dal suo lettino e questa volta riuscì nella sua orrenda impresa. La violentò e la uccise. Il corpo fu trovato sull’Aventino. Lì accanto pezzi di carta bruciacchiata, pagine di un catalogo inglese di libri ascetici. È in questo momento che esplode come una bomba il nome di Gino Girolimoni.
Un oste della malora, certo Giovanni Massaccesi, credette di riconoscere in Girolimoni l’uomo che entrò con la piccola vittima Armanda nella sua osteria. Anche gli altri avventori se lo ricordavano bene. Anzi ricordavano che lui aveva sul collo un foruncolo purulento, che asciugava di continuo con un fazzoletto.Girolimoni fu arrestato e la sua vita, che fino a quel giorno era stata quella di un giovanotto allegro, intelligente, scanzonato e sensibile, diventò quella di un essere bruto e maligno, divoratore di bambine.
Girolimoni si trasformò in uno spettro nazionale, l’immagine stessa del Male. E probabilmente proprio il suo fantasma dette un alibi alla restaurazione della pena di morte operata subito dopo da Mussolini.

 

Girolimoni era un uomo con una Torpedo verde, venuto su dal nulla, dai mille onestissimi mestieri. Gli piacevano le donne, gli piaceva ridere. Era scapolo. La sua vita fu sviscerata granello per granello, cominciando da quando aveva emesso il primo vagito. Ogni suo piccolo errore fu ingigantito. Scoprirono che frequentava una servetta dodicenne, che pareva ancora più piccola e alla quale regalava tante caramelle.
Il mostro era lui, senza ombra di dubbio: Gino Girolimoni. La stampa, opportunamente sbavagliata, annunciò al popolo italiano che il mostro era stato assicurato alla Giustizia. Mussolini passò un’intera giornata ad appuntare medaglie sul petto di ministri, questori e investigatori.Intanto il passato e il presente della vittima Girolimoni venivano massacrati dalle malelingue e dall’odio nazionale. Un soldato dichiarò che quando il mostro faceva il bersagliere, aveva violentato una bambina dentro il cimitero di Casarsa della Delizia, vicino a Udine. Tutto questo compariva sui giornali. Mentre non compariva sui giornali che un certo Domenico Marinutti si presentò alla polizia dicendo che era lui quello del foruncolo. Mostrò perfino la piccola cicatrice sul collo. Affermò che la bambina scambiata per la vittima altri non era che la sua figliola. Non gli fu dato credito.
Si scoprì, sempre nel silenzio di stanze chiuse, che il giorno della morte di Armanda, il Girolimoni non era neanche a Roma. Si scoprì ancora che la servetta dodicenne lavorava nella casa di una bella signora e faceva da postina tra lei e Girolimoni, l’innamorato clandestino. Il poveretto, per non mettere nei pasticci l’adultera, se n’era rimasto zitto, non si era difeso.
Si scoprì insomma che Girolimoni era più innocente di un passerotto sull’albero. Ma tutti tacquero: il mostro in galera faceva bene a tutti. Il primo a dormire sonni tranquilli era proprio Mussolini.La fortuna del fascismo coincise perfettamente con la sfortuna di Gino Girolimoni. In effetti, dopo l’arresto dell’innocente, non fu ammazzata più nessuna bambina. Una coincidenza tutta a danno del prigioniero, che già si vedeva vecchio e marcio dentro quelle quattro pareti. Una belva in gabbia. Per sua disgrazia, ma per il bene di tutte le bambinette romane, il vero assassino aveva lasciato l’Italia. Era partito, era andato a far danni in altri paesi.

 

Dopo un po’ Girolimoni fu scarcerato, ma alla chetichella, lo fecero uscire di galera in punta di piedi. Fu scaricato e lasciato per strada come una cacatina, con un pochino di vergogna.Purtroppo ancora oggi il nome Girolimoni fa venire i brividi: scomparendo il vero assassino, l’immagine del mostro, nella testa dei romani, è quella di quest’uomo inoffensivo, mite e disgraziato.
L’assassino vero, il demonio in persona, rimase nell’ombra. Era un pastore protestante, Ralph Lyonel («R.L.») Brydges, pastore nella Holy Trinity Church di via Romagna a Roma. Morì, poveraccio, in un manicomio del Sud Africa. Era una delle tre persone che a Roma riceveva il catalogo in lingua inglese di pubblicazioni religiose. In qualsiasi posto del mondo i suoi superiori lo trasferivano (Nota mia: denunciarlo no, vero?…come certe cose avvengono spesso uguali a se stesse!), lui, dopo le preghiere e i mea culpa, se ne andava in giro a violentare e a strangolare le bambine.

 

(fonte: Vincenzo Cerami, Il Messaggero, 12 ottobre 2008)

 

 

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