Il Dna prima lo incastra poi lo scagiona

Il dna, quello, non sbaglia mai. Può sbagliare, invece, chi fa l’esame, chi lo legge, chi lo verifica. In una parola: l’uomo. E’ così che Peter Hankin, il robusto barista di Liverpool, che d’un tratto si vide accusare di essere il killer di Chioma, ha finito per ottenere un bel risarcimento dal Regno Unito: l’equivalente di 130-140 mila euro, mica scherzi.
Oltremanica funziona così: per vedere la fine di un’azione civile intentata contro la Corona non sono necessari anni e anni, come accade dalle nostre parti. Hankin, nel febbraio 2003, si vide piombare a casa (anzi, nel pub dove lavorava a Liverpool) gli uomini di Scotland Yard che, forti della prova del dna, lo arrestarono. Fu scarcerato dietro pagamento di una cauzione di 10mila sterline. Nell’udienza che si svolse nell’aula del tribunale di Londra, lungo la Bow Street, la sua giovane avvocata Lucy Cartwright fu assai determinata nel sostenere che c’era sicuramente un errore di persona e che il giovane inglese non aveva niente a che fare con il delitto di Chioma.
Meno di un mese dopo, a metà marzo, la clamorosa rivelazione anticipata dal “Sunday Mirror”: era innocente. Non solo era innocente, ma non era mai stato in Italia. “E nemmeno ci andrò mai”, si sfogò il giovane Hankin dopo l’archiviazione dell’indagine. Precisando che, quando vide gli agenti che arrivarono a prelevarlo, pensò che si trattasse di uno scherzo organizzato da chissà quale amico burlone. L’errore era stato commesso dall’Interpol, che evidentemente aveva sbagliato a leggere la prova del dna. Solo alcune sezioni del codice genetico dell’assassino, e non tutte, corrispondevano a quelle del barista inglese. Un errore umano che può capitare, e che a Peter Hankin, all’epoca ventitreenne, era costato qualche giorno di prigione e un bel po’ d’ansia. Non soddisfatto della bolla di sapone nella quale è giustamente finita l’inchiesta che lo riguardava, ha chiamato in causa le istituzioni e ha intentato un procedimento civile, per essere risarcito. Impresa che gli è riuscita in neanche troppo tempo, considerando gli abituali ritmi della giustizia.

(Fonte: Il Tirreno, 25 settembre 2007, lu.dem.)

Innocenti ad un passo dalla sedia elettrica
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«Un mese da assassino, voglio le scuse»
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