Cinque anni in carcere, ma il trafficante di droga era un altro

Ci sono voluti cinque lunghi anni prima di arrivare alla verità. Prima di capire che lui, W.U., un quarantenne residente a Frosinone, con quel traffico di stupefacenti a livello mondiale non c’entrava proprio nulla. Il frusinate era stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Ma quei cinque anni di ingiusta detenzione non glieli ridarà nessuno. Nessuno potrà mai restituirgli quel tempo trascorso lontano dai suoi bambini e dalla moglie. Ecco perché tramite il suo legale difensore, l’avvocato Francesco Galella, l’uomo ha chiesto 500 mila euro di risarcimento danni.

 

La squallida storia che ha coinvolto il quarantenne risale al 2010, quando, mentre si trovava all’aeroporto di Capodichino a Napoli in attesa dell’arrivo di una parente, venne arrestato a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla DDA di Napoli. In quel blitz scattarono le manette per trenta persone.

 

Al processo il Pubblico ministero aveva richiesto 24 anni di carcere. Ma l’unica colpa chegli si poteva addossare era quella di essersi trovato in quel posto al momento sbagliato. Dalle investigazioni portate avanti fino a quel momento risultava che l’uomo aveva avuto contatti con la fidanzata di uno dei capi di questa organizzazione malavitosa. A lui erano state attribuite telefonate nelle quali si faceva chiamare «Biggy». Ma nella perizia fonica effettuata nel corso del processo su richiesta dell’avvocato Francesco Galella che lo ha difeso in tutto il giudizio di merito, si è esclusa la paternità di queste telefonate al ciociaro.

Lo stesso perito del Pm, pur concludendo sulla riconducibilità della voce all’autore imputato, rendeva le conclusioni incerte. Soltanto in seguito la difesa ha evidenziato lacune nella identificazione del presunto autore del reato che non aveva tenuto conto che in realtà secondo la tesi degli inquirenti dovevano esistere due «Biggy».

 

Due Biggy poiché l’uno avrebbe trasportato e ceduto ingenti sostanze stupefacenti all’altro. A questo c’è da aggiungere un verbale di identificazione attribuito all’imputato ma che invece era relativo ad un’altra persona. Da qui aveva cominciato a franare anche la sua identificazione. Senza considerare la totale assenza degli esami dattiloscopici.

 

Alcuni mesi fa è arrivata la sentenza di assoluzione con formula piena. Il quarantenne ha potuto riassaporare il piacere della libertà. Quella ferita però per l’ingiusta detenzione continua a bruciare. Nel periodo in cui era stato arrestato la moglie aspettava due gemelli. Ma il dispiacere per quello che era accaduto al marito le aveva causato un aborto spontaneo.

 

Adesso spera che gli venga riconosciuto questo risarcimento danni. Denaro che gli servirà per ricominciare a vivere. Un errore giudiziario pagato caro e che non mancherà di aprire nuove polemiche. Ora il frusinate attende che gli venga fatta giustizia.

 

(fonte: Marina Mingarelli, Il Messaggero, 30 luglio 2015)

 

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