Allo stadio sì, ma non a Brescia

Domenica 20 novembre 1994, allo stadio Rigamonti è in programma Brescia-Roma. Dalla capitale sono previsti tre pullmann speciali organizzati dai tifosi. La trasferta, per la squadra allenata da Mazzone, si preannuncia poco impegnativa: le “rondinelle” veleggiano nella zona bassa della classifica di serie A.

 

Giunti a Brescia, i tre pullmann di ultrà giallorossi vengono accolti da una fitta schiera di poliziotti del reparto «celere»: tra le due tifoserie non corre buon sangue, la questura ha predisposto un imponente piano di sicurezza per evitare il rischio che entrino in contatto. Il trasferimento dei sostenitori della Roma verso lo stadio Rigamonti avviene sotto scorta, ma le precauzioni adottate dalla polizia di Brescia non bastano.

 

Una provocazione di troppo fa da scintilla a una situazione già di per sé esplosiva: gli ultrà romanisti reagiscono e sfondano i cordoni di agenti che li separano dai supporters bresciani. Gli incidenti che ne scaturiscono sono molto violenti: a farne le spese in modo più grave, un vicequestore: Giovanni Selmin, 50 anni, una lunga esperienza a capo della “celere” a Milano e Catania, viene strattonato, percosso alla testa con un badile, quindi colpito da una coltellata che lo riduce in fin di vita. Dovranno passare 48 ore, prima che i medici lo considerino definitivamente fuori pericolo.

 

Ma i tafferugli prima della partita fanno altri feriti: il sovrintendente Francesco Capone – colpito alla testa da un tifoso incappucciato, con un pezzo della gradinata dello stadio – e l’ispettore della polizia scientifica Angelo De Rosa, 50 anni, aggredito da un gruppo di facinorosi che prima gli gettano una bomba carta tra i piedi e poi gli fratturano una costola.

 

In serata, quando le immagini degli scontri sugli spalti dello stadio di Brescia hanno già fatto il giro di tutti i telegiornali, arrivano i primi risultati delle indagini. La questura fa sapere di aver sequestrato un tubo di ferro lungo un metro, un’ascia di 32 centimetri pesante mezzo chilo, coltelli con lame superiori ai 20 centimetri: un arsenale in parte abbandonato dai teppisti durante gli scontri, in parte rinvenuto a bordo di uno dei tre pullmann provenienti da Roma.

 

Ma ci sono anche alcuni arresti. Si tratta di tre giovani romani, subito identificati come i responsabili del ferimento del vicequestore Selmin: Daniele Betti, 18 anni, Cristiano Conti, 20 anni, Roberto Ratto, 26 anni. I tre ultrà giallorossi finiscono nel carcere bresciano di Canton Mombello: la convalida dell’arresto, che è stato richiesto dal sostituto procuratore Paola De Martiis, porta la firma del giudice delle indagini preliminari Giuseppe Ondei.

 

Gli investigatori, intanto, continuano le ricerche degli altri tifosi che hanno preso parte agli scontri. Da uno degli interrogatori a cui vengono sottoposti gli arrestati salta fuori un nome: Fabrizio Toffolo, un autrasportatore romano di 30 anni, residente ad Ostia, con qualche piccolo precedente penale. Tifoso della Lazio – da quindici anni non perde una partita, insieme con gli altri sostenitori del gruppo degli “Ultras” – avrebbe comunque preso parte alla trasferta di Brescia con il solo scopo premeditato di partecipare agli incidenti. Il sabato sera prima della partita sarebbe stato visto al capolinea delle corriere, davanti alla stazione Tiburtina assieme ad altre tre persone, mentre si accingeva a salire a bordo di uno dei pullmann organizzati dai tifosi romanisti: il primo, proprio quello su cui è stata rinvenuta la maggior parte delle armi sequestrate.

 

Gli agenti bussano alla porta di casa Toffolo il 25 gennaio 1995. Lo conducono in carcere, a Brescia. Nel penitenziario di Canton Mombello viene rinchiuso in una cella in cui vivono già altri sette detenuti. Lui nega ogni addebito: “Quella domenica ero allo stadio, ma a Roma, per seguire dalla curva Nord dell’Olimpico Lazio-Padova”. Non gli credono. Per una settimana, insieme con il suo avvocato, Paolo Colosimo, continua a ripetere senza successo la sua verità.

 

L’errore si manifesta il martedì successivo. Su alcune fotografie scattate dalla polizia scientifica a Roma, allo stadio Olimpico, la stessa domenica di Brescia-Roma, si individua con chiarezza il volto di Fabrizio Toffolo, con la sciarpa biancazzurra al collo, tra gli “Ultras”, a tifare per la Lazio. Il Gip di Brescia non perde tempo: la scarcerazione del giovane romano viene disposta il 1° febbraio 1995.

 

(Fonte: “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette“, B. Lattanzi, V. Maimone – Mursia 1996)

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