Antonio Perruggini, in carcere innocente perché nessuno ha controllato il suo contratto di lavoro

Antonio Perruggini

“Buongiorno, sono il maresciallo Farandola della Guardia di Finanza. Devo parlarle”. Una voce al citofono, le sei di mattina del 3 maggio 1994. Antonio Perruggini preme il pulsante per aprire il portone, non è agitato, solo un po’ insonnolito. In cucina, tre parole lo svegliano definitivamente: concorso in truffa. Lo accusano di essere coinvolto nello scandalo dei “ricoveri urgenti” che ha travolto le Case di Cura Riunite di Bari. Da qualche settimana, la magistratura ha aperto un fascicolo su presunte irregolarità nella gestione dei pazienti, commesse nelle principali strutture sanitarie della città. Tra queste, c’è anche Villa Bianca, la clinica dove Perruggini lavora come responsabile del servizio accoglienza.

 

Antonio non è un medico. Non può autorizzare ricoveri né tantomeno far passare per urgenti patologie del tutto normali. Quell’accusa non si spiega. Lo stesso maresciallo Farandola resta perplesso, di fronte a quel giovane di 28 anni con un tenore di vita decisamente modesto. Ma servono ulteriori chiarimenti e Perruggini è costretto a seguire i finanzieri al Comando. Convinto di sbrigare la faccenda in poco tempo, saluta la madre: “Ci vediamo più tardi”. Non tornerà a casa, neanche in serata.

 

L’equivoco resta tale anche in caserma. L’arresto è il primo atto dell’iter burocratico che lo introduce al carcere. Per qualche ora si ritrova a condividere una cella con due albanesi tossicodipendenti. E nell’archivio della Finanza ha già lasciato le sue impronte digitali e tre foto segnaletiche. Poi, due agenti di custodia lo accompagnano nell’infermeria del carcere, per sottoporlo alla visita medica di rito. Quindi, l’ufficio matricole: altri dati e la consegna di tutti gli effetti personali. L’isolamento si misura in passi: sei per tre. Da un lato, una lastra di ferro con un materasso; dall’altro, un water e un lavabo. Cattivo odore e sporcizia ovunque. Prima di incontrare il magistrato dovrà trascorrere una notte in carcere, con la consapevolezza di essere innocente.

 

L’interrogatorio viene fissato per il pomeriggio. Al colloquio con il Gip e i due sostituti procuratori che conducono le indagini, Perruggini è costretto a presentarsi senza lacci delle scarpe, cintura e cravatta. “Ma quale dottore, ho il diploma di scuola alberghiera”, basta una risposta per spazzare via l’equivoco. I magistrati che si scambiano sguardi d’intesa, le parole di Antonio che confermano l’errore. Nessuno ha controllato il suo contratto di lavoro: il suo incarico aziendale è di responsabile del servizio accoglienza, non di responsabile dei ricoveri.

 

“Soffro ancora di forti crisi depressive”: è il 26 giugno 1995 e il giudice dell’udienza preliminare ha appena firmato il decreto di archiviazione.  “Mi hanno fatto passare trentasei ore in carcere come un criminale, chi mi restituirà quel 3 maggio? Voglio indietro le mie lacrime, la mia voglia di fare, la mia immagine, l’affetto che mi è mancato in quelle drammatiche ore. Non me li ridarà nessuno. A che cosa serve chiedere il risarcimento?”.

 

(Fonte: “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette” di B. Lattanzi, V. Maimone – Mursia 1996)

 

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